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C’è qualcosa di singolare nel degustare un vino all’interno di un’abbazia. Non perché il vino diventi all’improvviso migliore, né perché il luogo sacro aggiunga un’aura mistica al calice. Piuttosto perché in un tale contesto il vino torna a essere ciò che è stato per secoli: non un prodotto da consumare velocemente, ma una forma di relazione tra l’uomo, la terra e il tempo.

L’evento Vini d’Abbazia, da poco ospitato nel complesso cistercense di Fossanova a Priverno (LT) e ideato dal giornalista Rocco Tolfa, nasce proprio da questa intuizione. Non si limita a mettere insieme produttori dalle varie regioni e appassionati, ma suggerisce una domanda: cosa distingue davvero un vino nato in un monastero o in altro luogo comunque legato alla spiritualità?

Abbazia di Fossanova

La risposta non riguarda necessariamente la qualità tecnica, la loro peculiarità risiede altrove. Nei monasteri il vino non è nato come bene commerciale ma come necessità liturgica, agricola e comunitaria. La vite veniva coltivata perché era parte della vita quotidiana, della preghiera, dell’ospitalità. Questo ha prodotto nei secoli una cultura della pazienza che ancora oggi lascia tracce.

Molte abbazie europee hanno conservato vitigni, pratiche agronomiche e conoscenze che sarebbero probabilmente scomparse. Ma il contributo più importante è forse di natura culturale. I monaci hanno insegnato che il valore della terra non coincide con la sua massima produttività. Una lezione sorprendentemente attuale in un’epoca dominata dalla velocità e dalla standardizzazione.

Per tale motivo manifestazioni come Vini d’Abbazia trovano una naturale collocazione in posti come Fossanova. L’abbazia continua ad essere un luogo in cui il tempo sembra possedere una densità diversa. Le pietre, i chiostri, il silenzio degli spazi non raccontano soltanto la storia religiosa del territorio, ma ricordano quanto il paesaggio agricolo italiano sia stato modellato da generazioni che vedevano nella coltivazione della terra un atto di responsabilità prima ancora che un’attività economica.

L’evento riunisce, ormai da 5 anni, abbazie e cantine legate a tradizioni monastiche italiane e internazionali, trasformando Fossanova – attraverso degustazioni, masterclass e convegni – in un punto d’incontro tra cultura del vino, storia e riflessioni sul territorio. Tra gli ospiti intervenuti nell’ultima edizione, due enologi di prestigio come Roberto Cipresso e Vincenzo Mercurio che hanno guidato masterclass rispettivamente sui Grandi Rossi e sui Vini dei Monasteri.

Da Fossanova lo sguardo certamente si allarga ad altri territori, ma è quasi impossibile non soffermarsi sul Lazio, una regione che nel vino sta vivendo una stagione interessante e per molti aspetti ancora incompiuta.

Per decenni il Lazio ha sofferto il peso di una reputazione ingiusta ma non del tutto immotivata. Troppo spesso è stato identificato con produzioni abbondanti e poco caratterizzate, destinate principalmente al consumo locale. Una terra considerata più importante per i volumi che per l’identità, ma negli ultimi vent’anni il quadro è cambiato.

Dai vulcani dei Castelli Romani alle colline della Tuscia, dalle terre del Cesanese nel Frusinate fino all’Agro Pontino e ai rilievi che guardano il mare, è emersa una generazione di produttori capace di interpretare il territorio con maggiore consapevolezza. Il Lazio oggi non è più soltanto la regione del Frascati, tra l’altro un’eccellenza nella tipologia Superiore ancora poco conosciuta: è una realtà articolata che ha riscoperto vitigni storici come Cesanese, Bellone, Nero Buono, Grechetto, Malvasia Puntinata ed altri ancora.

La sua forza più grande è probabilmente la diversità. Poche regioni italiane concentrano in uno spazio relativamente limitato una tale varietà di suoli: vulcanici, calcarei, argillosi, costieri e collinari. È una ricchezza che ancora non è stata completamente tradotta in un racconto unitario.

Ed è qui che emergono anche le criticità.

La prima riguarda proprio l’identità. Il Lazio produce spesso vini di qualità crescente, a volte addirittura eccezionale, ma fatica ancora a comunicare una narrazione riconoscibile sui mercati nazionali e internazionali. Mentre altre regioni sono immediatamente associate a pochi simboli forti, il Lazio appare disperso e raramente riesce a fare sistema, pur riconoscendo l’opera di alcuni produttori particolarmente intraprendenti e visionari come, giusto per citarne un paio, Antonio Santarelli dell’Az. Casale del Giglio e Marco Carpineti dell’omonima cantina, che difatti si sono lasciati coinvolgere con passione da questo evento.

La seconda criticità riguarda il ricambio generazionale. Molte aree rurali continuano a perdere popolazione e competenze. Fare vino oggi richiede investimenti, conoscenze tecniche, capacità commerciale e presenza sui mercati e non sempre i giovani trovano condizioni favorevoli per raccogliere il testimone.

La terza sfida è quella ambientale, che accomuna però un po’ tutte le regioni. I cambiamenti climatici stanno modificando profondamente gli equilibri della viticoltura mediterranea. Siccità prolungate, eventi meteorologici estremi e aumento delle temperature impongono nuove strategie agronomiche. In questo senso il patrimonio storico delle abbazie può offrire persino uno spunto inatteso: la capacità di osservare nel lungo periodo, senza inseguire esclusivamente il risultato immediato.

Forse il significato più profondo di Vini d’Abbazia risiede proprio qui. Non nella nostalgia di un passato idealizzato, ma nella possibilità di rileggere alcune antiche lezioni con occhi contemporanei. In un mondo che accelera continuamente, il vino continua a ricordarci che esistono processi che non possono essere compressi. La vite cresce secondo il ritmo delle stagioni, non quello dei mercati.

A Fossanova questo messaggio appare particolarmente chiaro. Tra le mura dell’abbazia il vino non è soltanto qualcosa da degustare, ma diventa un modo per riflettere sul rapporto tra memoria e futuro, tra il lavoro dell’uomo e il tempo necessario perché quel lavoro acquisisca senso e significato.