La Valdarno di Sopra DOC rappresenta oggi una delle denominazioni più in crescita del panorama vitivinicolo toscano. Situata tra Firenze e Arezzo, in un’area storicamente dedicata all’allevamento della vite, questa DOC è nata con l’obiettivo di valorizzare un territorio ricco di potenzialità, ma ancora poco conosciuto dal grande pubblico.
Istituita per tutelare e promuovere la qualità dei vini locali, la Valdarno di Sopra DOC si fonda su un disciplinare che privilegia pratiche produttive attente all’identità del territorio. Il risultato è una produzione caratterizzata da equilibrio ed un forte legame con il contesto ambientale.

Alla base di questo percorso c’è l’impegno del Consorzio di Tutela Valdarno di Sopra DOC, nato per volontà di un piccolo gruppo di soci fondatori. La denominazione è stata poi ufficialmente riconosciuta dal Ministero nel 2011, segnando un passaggio decisivo verso una strutturazione più solida e condivisa del progetto.
Convinti che solo un’elevata qualità possa permettere a un vino di distinguersi in un mercato globale sempre più competitivo, i produttori hanno orientato la crescita della denominazione verso scelte mirate. Oggi il Valdarno di Sopra punta in modo deciso sui vini “vigna”, considerati la massima espressione qualitativa del territorio, e sull’apertura a vitigni autoctoni come il Trebbiano, rafforzando così l’identità e il posizionamento della DOC nel panorama enologico nazionale.

Il Presidente del Consorzio, Luca Sanjust, ha di recente dichiarato: “La direzione indicata dall’articolo 7 del regolamento UE n.1143/2024 e quanto previsto nel recente c.d. Pacchetto Vino ci confortano nelle scelte intraprese sul biologico e sulla sostenibilità e ci fanno ritenere che anche il MASAF possa accogliere la nostra richiesta relativa all’inserimento in disciplinare dei vini “vigna” esclusivamente biologici. Noi andiamo avanti perché crediamo che la direzione sia quella giusta”.
Così venerdì scorso, in occasione del Valdarno di Sopra Day 2026 tenutosi presso Il Borro Relais & Chateaux a San Giustino Valdarno, abbiamo intervistato il Direttore del Consorzio, Ettore Ciancico, che ha raccontato senza remore il suo punto di vista.
Come giudica la nuova annata di vini del Consorzio del Valdarno di Sopra?

La 2025 è stata una buona annata e per noi è stata anche un’annata di crescita. Per esempio, rispetto alla situazione preCovid siamo ormai a tre volte la produzione perché ovviamente una denominazione che si innesta su un territorio deve convincere per primo il territorio stesso che vale la pena investire; tra l’altro, essendo pochi produttori, abbiamo bottiglie abbastanza costose rispetto alle altre denominazioni. Quindi in una situazione di mercato difficile come quella attuale devi convincere prima di tutto te stesso circa il senso di certe scelte.
E l’avere senso non è inteso solo sotto l’aspetto commerciale, ma anche come adesione ad una precisa visione. In questo territorio storicamente ci sono state tre/quattro aziende importanti con un brand internazionale molto visibile e riconosciuto: passare da una logica di “brand di pochi” a una logica di territorio di qualità che coinvolga tutti è l’operazione che abbiamo voluto condurre e che ora sta portando i suoi frutti.
Qual’è il tratto distintivo della DOC Valdarno di Sopra che vi sembra il più sottovalutato ?
Ci sono aspetti un pò diversi sulle due sponde del fiume. Noi vorremmo puntare sull’eleganza e la freschezza piuttosto che sulla potenza. Anche se il mercato in genere è ormai orientato in questa direzione, per noi è principalmente ricerca di una cifra stilistica. Qui da noi è necessario uscire dalla logica delle denominazioni monovitigno poiché alleviamo Sangiovese come anche Merlot, Cabernet Sauvignon ed altri internazionali: è necessario dunque sforzarsi di trovare una nuova chiave di lettura per l’analisi dei nostri vini. P.es. il nostro Sangiovese è diverso da quello del Chianti Classico o di Montalcino e non a causa di differenti disciplinari, ma di una diversa interpretazione del vitigno rispetto al territorio.
Qual’è la principale difficoltà che può incontrare un produttore in questo territorio?
Credo siano le stesse che incontrano i produttori di diversi altri territori. Possiamo piuttosto distinguere tra grandi e piccoli produttori e noi siamo piccolo-medi. E quello che noi abbiamo cercato di fare come Consorzio è di fornire a tutti un’identità. In passato il nostro territorio è stato negletto perché così faceva comodo. Le grandi aziende venivano qui ad acquistare vino per “sistemare i loro problemi.” Molti territori in Italia hanno sì avuto identico destino, ma qui parliamo di Toscana su Toscana. Tuttora è in parte così. Siamo una piccola denominazione che sta facendo un passo non più lungo della gamba ma sicuramente un passo importante, e pertanto veniamo guardati da una parte con interesse e dall’altra con un certo timore. Perché l’entrata in scena di un nuovo attore provoca sempre uno riassetto degli equilibri .

L’attuale contingenza, tra consumi ridotti e dazi, quanto vi ha penalizzato? E quali sono i vostri attuali mercati?
In realtà i dazi sono stati ammortizzati nella migliore maniera possibile senza produzione di milioni di bottiglie di vino a basso prezzo, ma condividendo la situazione con gli importatori. Il nostro mercato è invece abbastanza frammentato: parliamo decisamente di Europa dell’Est e di USA, ma ovviamente con grandi differenze tra piccole e grandi aziende.
Il Valdarno di Sopra è spesso considerato una “terra di mezzo” tra zone più celebri della Toscana. È un limite o un’opportunità?
Noi non ci sentiamo “terra di mezzo”, anche se magari da fuori ci si può vedere così. Stiamo appunto lavorando su questa identità di territorio. La scelta della sostenibilità e del biologico si muove in questo senso, è una cosa che ci possiamo permettere proprio perché siamo pochi mentre in una denominazione con diverse centinaia di soci le cose sono sicuramente più complicate. E’ un nostro punto di forza e la stiamo vivendo come un’opportunità. Mi viene da dire anche come una sfida. E’ un percorso che sarà così perché non può che essere così – l’ultimo Pacchetto Vino lo dimostra – poi ci possono essere resistenze già note da parte del sistema burocratico ma basta non mollare. E noi non molleremo.
Ci sono nuove generazioni di produttori nella denominazione?
Sì, assolutamente sì. Ed è bello, anche vedere come provano e sperimentano, d’altronde è un percorso, un percorso nel quale bisogna credere anche a volte sbagliando. Oggi però a Valdarno di Sopra abbiamo aggiunto “il progetto” perché se hai un progetto anche l’annata complicata o la bottiglia venuta male le affronti diversamente dando comunque continuità al tuo lavoro. A volte mi capita di vedere nuovi produttori entrare sul mercato con prezzi esorbitanti e allora penso che prima bisognerebbe avere la possibilità di proporre una verticale di almeno sei anni per far comprendere davvero la propria storia aziendale. Il nostro posizionamento sul mercato resta comunque di livello medio-alto.
In una situazione in cui i consumi sono calati e i giovani bevono poco vino anche a causa dei suoi prezzi, come vi siete organizzati? Quanto è realistico puntare su segmenti ‘premium’?
La parte commerciale è decisa dalle singole aziende, anche se il consorzio ha un occhio sul tutto. Ritengo sia realistico puntare sulla qualità e la qualità ha un prezzo. Poi ovviamente una cosa è il prezzo con cui si esce sul mercato, anche alto, un’altra è se poi questo quadruplica al ristorante, allora diventa un bel problema. Presentare l’eleganza ti aiuta a ragionare anche col trade che io invito sempre a ricercare nuove modalità per il necessario scambio con il terminale di filiera. Certo, esiste un oggettivo calo di mercato che questo territorio onestamente denuncia, come quello del 2023, ma il territorio è sano e non insegue necessariamente il mercato.
Parlate tutti spesso di qualità e tradizione, ma sono davvero valori centrali e ancora apprezzabili per un ventenne di oggi? O state comunicando soprattutto tra addetti ai lavori?”
Sono d’accordo sulla considerazione. Credo che oggi il valore più apprezzato sia la bevibilità ed è questa la cifra stilistica che si sta consolidando da noi. Ricordiamoci comunque cosa facevamo da ragazzi: si andava a birra, quindi non meravigliamoci se i ragazzi non bevono vino, al netto di eventuali considerazioni salutistiche che spesso si contraddicono di fronte ad un largo consumo di superalcolici… A volte il dibattito langue e prende varie pieghe, è però indubbio che ci sia un cambiamento nei consumi.
Infine, tre parole per definire il futuro della doc Valdarno di Sopra.
Andare avanti così. Nel senso di continuare a crescere senza montarsi la testa lavorando sempre più sull’identità che non significa identità di vitigno, ma identità stilistica e di territorio. Lavoreremo dunque sul consolidamento dell’identità piuttosto che sulla novità.
