Ci sono territori che continuano a sorprendere anche quando sembrano aver già raccontato tutto di sé. Le colline di Valdobbiadene, modellate da filari che seguono le pendenze delle Prealpi Trevigiane e oggi patrimonio UNESCO – i ciglioni -, appartengono a questa categoria. Un paesaggio che negli anni ha costruito la propria identità attorno al Prosecco Superiore e che ora si apre a nuove interpretazioni forse più contemporanee.
È in questa direzione che si inserisce il nuovo Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG Extra Brut di Val d’Oca che abbiamo ultimamente degustato presso il Settimo Panoramic Flavours of Rome. Prodotto in un’edizione limitata di 3.990 bottiglie numerate e nato dalla vendemmia 2025, questo vino rappresenta un passaggio significativo nell’evoluzione stilistica del Cartizze, tradizionalmente associato a profili più morbidi e avvolgenti.


Val d’Oca è il marchio specialistico nato all’interno della storica Cantina Produttori di Valdobbiadene, una realtà cooperativa profondamente radicata nel territorio. Il nome stesso deriva da una piccola collina coltivata a Glera, un luogo fatto di poche case, strade che si inerpicano tra i vigneti e scorci che si aprono verso le Prealpi. È da questa geografia minuta e concreta che il brand ha tratto la propria identità.
Con meno di due grammi per litro di zucchero residuo, il Cartizze Extra Brut punta su freschezza, precisione ed essenzialità. Il risultato è un vino che mette al centro il carattere del vitigno Glera e il rapporto con il suo territorio d’origine, lasciando emergere con maggiore nitidezza la componente minerale.
Il progetto prende forma nelle parcelle più vocate del cru del Cartizze, tra i 230 e i 320 metri di altitudine. I terreni di questi vigneti sono complessi, ricchi di argille, arenarie e quarziti, elementi che ovviamente contribuiscono a definire il profilo del vino. Anche il lavoro in cantina segue una linea di precisione: fermentazioni e presa di spuma sono gestite per preservare tensione ed equilibrio.
Nel calice il Cartizze Extra Brut si presenta con un giallo paglierino luminoso e un perlage persistente. I profumi richiamano il glicine, i fiori bianchi, la mela verde, dalle sfumature agrumate. In bocca prevale una sensazione di slancio e pulizia, sostenuta da un’acidità vibrante che ne prolunga il finale.

Anche il packaging partecipa al racconto del territorio. E’ raffinata l’etichetta realizzata con pigmenti minerali e polveri naturali derivate dalla terra del Cartizze e applicate su supporto cartaceo da recupero. La superficie, leggermente materica, richiama il suolo da cui il vino nasce, mentre la capsula in carta e alluminio a ridotta impronta carbonica (capsula Symbiosis) rappresenta un ulteriore passo verso soluzioni più sostenibili.
Tra gli altri vini proposti e degustati in food pairing spicca il Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Rive di San Pietro di Barbozza, un brut dal perlage molto elegante e persistente, un’accattivante ventaglio olfattivo dove prevalgono note di crosta di pane e mela e il cui sorso si conclude lasciando un ricordo di grande armonia complessiva.


serata, e il direttore aziendale Stefano Gava
ll nuovo Cartizze Extra Brut offre anche l’occasione per guardare il territorio con uno sguardo diverso. Visitare le colline di Valdobbiadene significa entrare in un paesaggio costruito nei secoli da una viticoltura eroica, dove i vigneti seguono pendenze ripide e il lavoro dell’uomo continua a essere in gran parte manuale. Le strade secondarie che collegano piccoli borghi, pievi antiche e cantine si snodano tra punti panoramici da cui lo sguardo si perde in un mosaico di vigne e boschi. E’ una destinazione che invita a rallentare. Si arriva per un vino e spesso si rimane per il paesaggio: una passeggiata tra i filari, la visita alle cantine del comprensorio, una sosta nelle trattorie dove la cucina trevigiana conserva un forte legame con la stagionalità e con i prodotti della terra.
In questo contesto il nuovo Cartizze Extra Brut appare quasi come il riflesso di un cambiamento più ampio. Le colline di Valdobbiadene non rinunciano alla loro storia ed incontrano volentieri un turismo che cerca autenticità e un rapporto più diretto con il paesaggio. E’ così che il vino diventa non soltanto espressione di un cru particolarmente vocato, ma anche una chiave di lettura per comprendere un territorio.

