A Torino la sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto mette al centro biodiversità, territori e sistemi alimentari sostenibili. Il presidente della Repubblica: “Senza cura di questa ricchezza, l’uomo può arrivare a distruggerla, o a distruggersi“. È la prima edizione dopo la scomparsa di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.
C’è una parola che quest’anno a Torino assume un peso particolare: biodiversità. Non soltanto come questione ambientale, ma come patrimonio alimentare, agricolo, culturale e sociale. È attorno a questo concetto che si apre oggi, 24 settembre, la sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, in programma fino al 27 settembre nel centro della città. E proprio sulla biodiversità si è concentrato il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenuto al Teatro Regio per l’inaugurazione.
“È il gigantesco patrimonio che protegge la salute umana, connota l’ambiente, la nostra vita”, ha detto Mattarella, definendola una “sfida cruciale per il futuro”. Un patrimonio che, nelle parole del Capo dello Stato, non può essere considerato acquisito una volta per tutte: la molteplicità genetica ha consentito al genere umano di svilupparsi nel corso dei millenni, ma senza responsabilità e senza cura quella ricchezza può essere compressa fino a scomparire.
Il tema, dunque, non riguarda soltanto la conservazione di varietà agricole, razze animali o prodotti tradizionali. Riguarda il modo in cui una società decide di produrre, consumare e abitare i propri territori. E, per Mattarella, la responsabilità è tanto individuale e collettiva quanto istituzionale: deve partire “dalla base, attraverso la partecipazione popolare”, ma anche dai vertici delle istituzioni nazionali e internazionali.
La prima Terra Madre senza Carlin
È una coincidenza soltanto apparente che il tema della biodiversità occupi il centro della manifestazione proprio nell’anno in cui Terra Madre deve fare i conti con l’assenza di chi l’ha immaginata. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e ideatore del Salone, è scomparso il 21 maggio scorso a Bra, a 76 anni. La manifestazione del 2026 è quindi la prima a svolgersi senza di lui.
Mattarella lo ha ricordato nel suo intervento, sottolineando come questa edizione rappresenti una testimonianza di ciò che Petrini ha lasciato: un pensiero costruito negli anni attraverso il confronto con realtà locali, istituzioni, ricerca e organismi internazionali. Non è soltanto un riferimento alla storia di Slow Food. È anche il passaggio di una concezione del cibo da questione privata a tema pubblico: biodiversità, tutela dei territori, conoscenza delle produzioni, comunità agricole e accesso a un’alimentazione di qualità sono entrati nel dibattito contemporaneo anche grazie a una rete costruita nel corso di quarant’anni.
“Le idee di Carlin Petrini sono diventate un bene comune”, ha ricordato la presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini, indicando nei progetti dell’associazione gli strumenti attraverso cui continuano a essere tutelate biodiversità, comunità, saperi e produzioni a rischio di scomparsa.
Quarant’anni dopo la nascita di Slow Food
La storia parte da Bra. Nel 1986 nasceva Arcigola, esperienza dalla quale sarebbe poi maturato Slow Food. Nel 1989, a Parigi, il movimento assumeva una dimensione internazionale con la firma del Manifesto Slow Food da parte di delegazioni provenienti da diversi Paesi. Da allora l’organizzazione ha costruito una rete internazionale dedicata alla difesa della biodiversità e alla promozione di sistemi alimentari fondati sui principi del buono, pulito e giusto.
Quarant’anni dopo, Terra Madre torna nel luogo che ne ha accompagnato una parte importante della storia, ma lo fa in una città diversa, in un contesto alimentare diverso e con questioni che nel frattempo si sono fatte più complesse: cambiamenti climatici, fragilità degli ecosistemi, omologazione delle produzioni, perdita di varietà agricole e difficoltà economiche delle piccole comunità rurali.
Il claim scelto per questa edizione, “Biodiversity-Be Diversity”, prova a tenere insieme questi livelli: la diversità della natura e quella delle culture, dei saperi, delle comunità e delle persone.
Quattro giorni, oltre mille appuntamenti
Dal 24 al 27 settembre Torino ospita 1.500 delegati provenienti da 120 Paesi. Il programma supera i mille appuntamenti tra conferenze, laboratori del gusto, incontri, appuntamenti a tavola e iniziative organizzate negli spazi di regioni, partner e istituzioni. L’organizzazione è affidata a Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte.
Il cuore della manifestazione resta il Mercato di Terra Madre, con oltre 600 espositori tra produttori, artigiani, street food e birrifici. Accanto al mercato, gli Atlanti dell’Arca del Gusto restituiscono trent’anni di ricerca sulle produzioni e sulle varietà alimentari che rischiano di essere dimenticate.
Ma Terra Madre non è soltanto una vetrina di prodotti. Il programma comprende anche attività educative, incontri e momenti di confronto. Sono oltre 700 gli studenti coinvolti nelle iniziative dedicate alla formazione, mentre il Terra Madre Off porta la manifestazione fuori dagli spazi principali, coinvolgendo più di 90 realtà cittadine. Attesi anche circa 400 buyer e operatori del settore e oltre 500 volontari. Tra gli ospiti delle conferenze figurano Satish Kumar, Alice Waters, Raj Patel, Eric Schlosser, Roberto Danovaro, Helen Scales, Massimo Montanari, Lella Costa, Moni Ovadia, Paolo Hendel e Fulvio Marino.
Dalla memoria alla responsabilità
Il tema della biodiversità rischia però di diventare una parola talmente utilizzata da perdere parte del suo significato. In una manifestazione che mette insieme produttori, agricoltori, cuochi, ricercatori e istituzioni, la domanda non può essere soltanto quante varietà, razze o prodotti siamo riusciti a conservare. Occorre chiedersi anche chi può ancora permettersi di produrli, in quali condizioni e per quanto tempo.
Perché la biodiversità alimentare non vive nei cataloghi e neppure soltanto negli Atlanti dell’Arca del Gusto, ma vive nei campi, negli allevamenti, nei piccoli laboratori, nei territori marginali. E dipende dalla possibilità concreta per un agricoltore o un allevatore di continuare a lavorare, dalla trasmissione dei saperi, dall’accesso alla terra e dall’esistenza di un mercato disposto a riconoscere il valore di produzioni spesso più lente, meno standardizzabili e difficili da inserire nelle logiche della grande distribuzione.
È qui che la parola biodiversità smette di essere rassicurante. Difendere una varietà locale significa anche difendere il contesto economico e umano che le consente di sopravvivere altrimenti il rischio è che ciò che oggi celebriamo come patrimonio diventi domani soltanto un prodotto da esposizione: salvato nella memoria, fotografato, raccontato, ma non più realmente prodotto.
Lo stesso vale per la sostenibilità. Non basta chiedersi se un alimento sia ottenuto con pratiche rispettose dell’ambiente. Bisogna interrogarsi sulla sostenibilità complessiva di una filiera: ambientale, certo, ma anche economica e sociale. Un’agricoltura che conserva la biodiversità ma non garantisce un reddito sufficiente a chi la pratica difficilmente può rappresentare un modello destinato a durare. È probabilmente questo il passaggio più difficile per Terra Madre, quarant’anni dopo la nascita di Slow Food: trasformare la tutela della diversità da principio condiviso in una condizione concreta di sopravvivenza dei territori.
Nel primo appuntamento senza Carlo Petrini, il tema assume così un significato ulteriore. Petrini aveva contribuito a spostare il discorso sul cibo dalla dimensione del piacere individuale a quella della responsabilità collettiva. Oggi quella responsabilità si misura anche nella capacità di non trasformare la biodiversità in un repertorio di eccellenze da consumare, ma di conservarne le condizioni di esistenza.
Per quattro giorni Torino sarà attraversata da produttori, agricoltori, cuochi, ricercatori, studenti e visitatori provenienti da Paesi diversi. Ci saranno il mercato, le degustazioni, i laboratori e le conferenze. Ma sotto la superficie della manifestazione resta una questione meno spettacolare e più concreta: se vogliamo davvero che la diversità continui a esistere, dobbiamo essere disposti a sostenerne il costo, economico e culturale.
Ed è forse questa la domanda più attuale contenuta nel titolo scelto per l’edizione 2026, “Biodiversity – Be Diversity”: non soltanto quanta biodiversità siamo ancora capaci di riconoscere, ma quanta siamo disposti a difendere quando farlo diventa più difficile, meno conveniente e meno spettacolare.