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Ricordare Luigi Veronelli nel centenario della nascita non significa limitarsi a celebrarne la fama, ma misurarsi con un’eredità ancora irrisolta. Veronelli non è stato un personaggio comodo, né un interprete rassicurante del gusto italiano quanto piuttosto una presenza critica, un intellettuale capace di usare il vino e il cibo come strumenti per leggere il mondo.

Nato nel 1926, Veronelli ha attraversato decenni di profonde trasformazioni sociali e culturali mantenendo uno sguardo radicalmente indipendente. La sua voce si è distinta per una costante tensione etica: dietro ogni bottiglia, ogni alimento, ogni paesaggio agricolo, vedeva relazioni di potere, scelte economiche, responsabilità morali. Mangiare e bere, per lui, non erano mai gesti innocenti.

Il centro del suo pensiero è sempre stato l’uomo che lavora la terra. Non idealizzato, non trasformato in icona, ma riconosciuto nella sua dignità concreta. Veronelli ha dato parola a vignaioli, contadini, artigiani quando il racconto dominante privilegiava l’industria, il volume, la standardizzazione. Ha difeso i territori come organismi vivi, non riducibili a marchi, e ha sostenuto che la qualità non potesse prescindere dalla libertà di espressione produttiva.

La sua opposizione all’omologazione non era nostalgica, ma profondamente moderna. Non rifiutava il progresso, ma l’idea che esso dovesse necessariamente sacrificare le differenze. In un’epoca che iniziava a trasformare il vino in un prodotto globale, Veronelli insisteva sulla singolarità, sull’imperfezione, sulla storia che ogni sapore porta con sé.

Anche il suo modo di scrivere ha lasciato un segno indelebile. Il linguaggio di Veronelli era denso, talvolta spiazzante, lontano da ogni tentazione pubblicitaria. Non spiegava per semplificare, ma per approfondire. Usava la cultura filosofica, politica e letteraria come chiave interpretativa: parlare di gusto, per lui, significava pensare.

Non amava le graduatorie né i giudizi definitivi. Diffidava delle formule che pretendono di chiudere un’esperienza complessa in un punteggio. L’assaggio, sosteneva, è un atto di attenzione e di rispetto, non una sentenza. Questo approccio ha influenzato profondamente il modo italiano di raccontare l’enogastronomia, aprendo uno spazio critico che ancora oggi fatica a essere pienamente abitato.

A cento anni dalla nascita, Luigi Veronelli appare sorprendentemente contemporaneo. In un’epoca in cui il cibo è diventato linguaggio di massa, spettacolo e contenuto digitale, il suo pensiero ci invita a rallentare, a guardare dietro le etichette, a chiederci cosa stiamo davvero consumando.
Le sue posizioni sul valore dei territori, sulla responsabilità delle scelte alimentari, sul rapporto tra economia e cultura parlano direttamente al presente. Il suo lascito non è un metodo da applicare, ma un atteggiamento da praticare.

credits ph.: cinellicolombini.it