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Nel panorama vitivinicolo esiste una rivoluzione silenziosa che negli ultimi anni ha smesso di essere una semplice sperimentazione agronomica per trasformarsi in uno dei fenomeni più interessanti dell’enologia contemporanea: quello dei vitigni PIWI.

Il termine PIWI deriva dal tedesco Pilzwiderstandsfähig e identifica varietà resistenti alle principali malattie fungine della vite, come peronospora e oidio. Grazie agli incroci naturali tra Vitis vinifera europea e varietà resistenti, questi vitigni permettono di ridurre sensibilmente i trattamenti in vigneto, con enormi vantaggi ambientali, economici e paesaggistici.

Per anni considerati un tema quasi esclusivamente tecnico, oggi i PIWI stanno invece entrando stabilmente nelle carte dei vini di ristoranti gastronomici, nelle degustazioni d’autore e nelle selezioni dei sommelier più curiosi perché la qualità è cresciuta enormemente.

A raccontare questa evoluzione è stata anche la manifestazione IrresistibilePIWI, una delle rassegne italiane più interessanti dedicate ai vini da vitigni resistenti, dove produttori pionieri, piccoli artigiani e aziende d’avanguardia presentano interpretazioni sempre più convincenti di queste nuove varietà.

Lontani dall’essere semplici “vini ecologici” o cosiddetti “green”, molti PIWI mostrano oggi identità territoriali precise, profondità gustativa e un sorprendente potenziale evolutivo.

Il vero punto di forza dei PIWI non è soltanto la sostenibilità. È la possibilità di immaginare una viticoltura futura capace di convivere con il cambiamento climatico mantenendo qualità, biodiversità, meno rischi di infortunio nei trattamenti  per il coltivatore e redditività agricola.

In questo percorso il ruolo della Fondazione Edmund Mach è centrale grazie al lavoro di CIVIT (Consorzio Innovazione Vite). Attraverso il coordinamento di Marco Stefanini sono state sviluppate varietà come Charvir, Valnosia, Nermantis e Termantis, mentre altre sono in fase avanzata di registrazione. 

Le aree alpine e prealpine italiane, Trentino, Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, sono diventate laboratori naturali di questa nuova frontiera enologica che via via si sta allargando in altre Regioni. Qui le escursioni termiche, le altitudini elevate e i suoli minerali valorizzano particolarmente varietà come Solaris, Johanniter, Bronner, Souvignier Gris, Fleurtai, Sauvignon Kretos, Soreli, Sauvignon Nepis, Cabernet Eidos, Merlot Khorus e Merlot Kanthus, tutti vitigni che oggi danno vita a vini sorprendentemente eleganti, gastronomici e territoriali. 

Tra le aziende protagoniste della rassegna, alcune rappresentano in modo esemplare l’evoluzione qualitativa del movimento PIWI italiano. Vediamo dunque come alcune aziende presenti alla manifestazione hanno interpretato varie tipologie di uve resistenti.

Tra le realtà più interessanti dal Trentino, Delaiti interpreta i vitigni resistenti con uno stile raffinato e montano, lontano da ogni eccesso aromatico.  Il vino simbolo è il Johanniter, ottenuto dall’omonimo vitigno resistente di matrice renana. Nel calice si esprime con note di agrumi maturi, mela gialla, erbe alpine, leggere note minerali di pietra bagnata. La bocca è tesa, verticale e molto fresca, con una persistenza che richiama alcuni Riesling di montagna, pur mantenendo una morbidezza più mediterranea. 

In Valle di Ledro, Sartori Organic Farm lavora in biologico e punta su vini di forte identità territoriale, giocati su freschezza, salinità e precisione aromatica. Il vino simbolo è Athol, da vitigno Souvignier Gris, coltivato sui terreni morenici alle pendici del monte Baldo.  Il profilo aromatico unisce sentori di agrumi maturi, fiori bianchi, pesca gialla, delicate sfumature speziate. Il sorso è strutturato ma agile, sostenuto da una bella sapidità finale che richiama i paesaggi montani del Garda trentino, un esempio di come il Souvignier Gris possa dare vini gastronomici ma anche complessi.

Quando si parla di alta qualità nei vitigni resistenti, il riferimento inevitabile è Resistenti Nicola Biasi. Si tratta di un progetto interregionale che riunisce otto diversi produttori italiani sotto la guida dell’enologo Nicola Biasi, con l’obiettivo di dimostrare il potenziale dei PIWI nel segmento premium. Il vino simbolo è Vin de la Neu, prodotto principalmente da Johanniter,  vino dolce che colpisce per profondità e precisione, scorza di agrume, idrocarburi delicati, erbe officinali, pietra focaia. La struttura è importante ma sostenuta da una vibrante acidità alpina che dona longevità e grande slancio gustativo. 

Tra le aziende storiche del movimento PIWI c’è anche Pravis che ha avuto il merito di portare i vitigni resistenti verso una dimensione contemporanea e accessibile. Il loro approccio combina sperimentazione, sostenibilità e immediatezza espressiva. Il vino simbolo è Narà, da uve Solaris, molto fruttato e floreale. Si apre con delicate note di gelsomino, biancospino, tiglio, arricchite da sentori di ribes bianco, mela selvatica e uva spina. È un vino intenso ma dal sorso snello e dinamico, sostenuto da una gradevole punta di acidità e da una nitida nota minerale sul finale.

Pioniere assoluto dei PIWI in Alto Adige, Lieselehof, ha contribuito a dimostrare che i vitigni resistenti possono produrre vini eleganti e longevi. Il vino simbolo è Julian Orange, da Bronner: al naso pesche gialle, litchi, sentori di miele, pompelmo. Ha una struttura complessa, intenso e pieno al palato con un elegante nota minerale e una vivace nota acidula nel finale. È di lunghissima persistenza nel palato.

In Friuli Venezia Giulia, Albafiorita lavora molto bene sul Sauvignon Kretos, varietà resistente che conserva il profilo aromatico tipico del Sauvignon Blanc. Il vino simbolo è M’ama in blend con Soreli al 50%: foglia di pomodoro, lime, frutto tropicale fresco, acidità brillante. Molto dinamico e contemporaneo.

Uno dei temi più interessanti della nuova viticoltura resistente riguarda i rossi, ancora poco conosciuti ma sempre più convincenti. Colle Regina si distingue per il lavoro sul Regent. Il vino simbolo è Civile: mora, frutti del sottobosco, pepe nero, ciliegia matura, tannino morbido e speziato. Tannino ben integrato, un rosso agile ma profondo, ideale anche leggermente fresco.

E ancora. Una delle interpretazioni più interessanti di Fleurtai 100%  è il friulano Roek con Sinestesia: fiori di campo, camomilla, sensazioni di lime, pera, erbe aromatiche il sorso è sapido e chiude rinfrescante tra mandorle e frutta fresca.

La Tenuta Maule, realtà veneta sta valorizzando con grande coerenza il vitigno Soreli, una delle varietà resistenti italiane più interessanti derivate dal Friulano. Il vino simbolo è La Chioccia del Fioler, da Soreli in purezza: pesca gialla e frutta tropicale, sambuco, leggere note balsamiche, finale fresco e minerale. Un bianco intenso ma molto equilibrato. 

Tra le realtà emergenti più interessanti del panorama PIWI italiano, Parco del Venda si distingue per il lavoro sui vitigni resistenti a bacca rossa. Il vino simbolo è il Merlot Khorus, varietà resistente che conserva morbidezza ed eleganza tipiche del Merlot tradizionale: mora e prugna matura, leggere note speziate e balsamiche, tannini morbidi, finale fresco e armonico. 

Infine il Merlot Kanthus dell’azienda Corte Zecchina si esprime con note di confettura di prugna, marasca, pepe nero, cacao, liquirizia e note balsamiche. Caldo, avvolgente, con tannini fitti ma vellutati e un finale lungo di cioccolato fondente.

Manifestazioni come IrresistibilePIWI raccontano un’Italia del vino che guarda avanti senza rinunciare alla qualità. I PIWI non sostituiranno forse mai la viticoltura tradizionale, ma stanno già diventando una risposta concreta alle sfide ambientali ed economiche del settore. Soprattutto oggi i PIWI non chiedono più indulgenza tecnica o curiosità ideologica: chiedono semplicemente di essere degustati. Perché i migliori di loro parlano ormai il linguaggio universale dei grandi vini.

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