Negli ultimi anni il mondo del vino sta attraversando una fase di trasformazione profonda. Dopo decenni di crescita quasi continua, molti indicatori mostrano ormai decisi segnali di cambiamento: i consumi in diversi paesi occidentali sono diminuiti e modificati, le nuove generazioni bevono meno e in modo diverso, mentre i mercati internazionali sono attraversati dalle odierne gravi tensioni geopolitiche, venti di guerra, barriere commerciali e instabilità economica. Pensiamo p.es. alla chiusura dello Stretto di Hormuz che ha creato un effetto a catena che strozza anche l’export del vino, aumentandone i costi, rallentandone la distribuzione e impattando in modo particolare le esportazioni europee verso l’Asia.
Anche i costi di produzione sono aumentati sensibilmente: energia, vetro, trasporti e materie prime incidono sempre di più sui bilanci delle aziende vinicole. L’export continua sì a rappresentare uno dei pilastri del vino italiano – con circa 8 miliardi di euro nel 2025 – ma è sempre più esposto alle oscillazioni dei mercati globali: il 3,7% in meno sul 2024, con i volumi a -1,9% per un totale di 21 milioni di ettolitri spediti (fonte Osservatorio di Unione italiana vini sulla base di dati Istat), ed una flessione per l’anno 2025 pari a quasi -12% a valore, un trend negativo di cui si era già preso atto nell’aprile scorso con il calo delle importazioni negli USA (rilevazioni Wine Monitor, Osservatorio Nomisma). Sul fronte interno, invece, il consumo domestico resta abbastanza forte ma più attento alla spesa.
Un altro tema che anima il dibattito è quello dei prezzi nella ristorazione: i ricarichi spesso troppo elevati sulle bottiglie hanno alimentato discussioni tra produttori, distributori e consumatori, rallentando ulteriormente il consumo fuori casa: si tratta però del vino di fascia media perché, come sempre accade, i prodotti di fascia alta/altissima, i “fine wine”, sono i più resilienti grazie all’alto potere d’acquisto dei loro consumatori.
In questo complesso scenario, il vino riuscirà a rimanere un prodotto quotidiano legato alla convivialità oppure rischia di diventare un bene di nicchia, sostituito da altre tipologie di bevande?
Abbiamo quindi raccolto due punti di vista diversi ma complementari: quello della produzione, con Ilaria Palumbo, fondatrice e direttrice operativa della giovane azienda laziale La Mugilla, già direttrice della cooperativa Gotto d’Oro e vicepresidente di Assoenologi Lazio; e quello della distribuzione, con Alessio Macoratti, titolare dell’agenzia Team’s Macoratti.
“Il consumatore oggi cerca identità, ma vuole anche un prezzo corretto”


Ilaria, tu hai potuto osservare il mercato da prospettive diverse: prima alla guida di una grande cooperativa come Gotto d’Oro e oggi come produttrice con La Mugilla. Come sono cambiati i consumatori negli ultimi anni?
Il comportamento dei consumatori è cambiato molto e ho potuto osservare questo cambiamento da vicino. Il consumatore è oggi sicuramente più informato e più curioso. Spesso non sceglie più un vino solo in base al prezzo, ma cerca un racconto, un territorio, un’identità. Vuole capire cosa c’è dietro quella bottiglia di vino: chi lo produce, da dove arriva, quale storia rappresenta. Allo stesso tempo il prezzo rimane un fattore importante. Oggi il consumatore cerca soprattutto un equilibrio tra qualità, autenticità e prezzo corretto. È disposto a spendere qualcosa in più se percepisce valore reale, ma vuole essere sicuro che quel vino mantenga la promessa. Un’altra tendenza evidente è la ricerca di vini più immediati e versatili, che accompagnino momenti diversi della giornata. Il vino sta tornando ad essere parte della quotidianità, non solo un prodotto per le occasioni speciali.
Qual’ è oggi il posizionamento dei vini del Lazio nel panorama italiano e internazionale?
Negli ultimi anni i vini del Lazio stanno vivendo una fase molto interessante di crescita e riposizionamento. Per molto tempo la nostra regione è stata percepita soprattutto come un territorio legato alla produzione di vini quotidiani, ma oggi la realtà è molto più articolata. Nel Lazio esistono oltre 450 cantine attive (n.d.R.: che vinificano, imbottigliano e commercializzano) e 36 denominazioni riconosciute, con una produzione che genera circa 230 milioni di euro di valore annuo e un export in crescita che supera gli 80 milioni di euro. Il punto di forza della regione oggi è la valorizzazione dei vitigni autoctoni: Malvasia Puntinata, Bellone, Cesanese e Nero Buono. Naturalmente esistono regioni con una notorietà storica più consolidata, ma proprio per questo il Lazio rappresenta una delle aree con maggiore potenziale di crescita.
Quali denominazioni stanno crescendo di più?
Tra quelle che stanno ottenendo maggiore attenzione c’è sicuramente il Cesanese del Piglio DOCG, che negli ultimi anni ha conquistato riconoscimenti e visibilità anche fuori regione. Un’altra denominazione storica in fase di rilancio è il Frascati, soprattutto nella versione di maggiore qualità del Frascati Superiore DOCG, dove molte aziende stanno lavorando su interpretazioni più identitarie legate alla Malvasia Puntinata e ai suoli vulcanici dei Castelli Romani. Sta crescendo anche l’interesse per denominazioni più giovani o meno conosciute, come la DOC Roma, e per territori specifici come Cori o Atina.
Quali sono oggi le principali sfide da affrontare per valorizzare i vini laziali?
La sfida principale è quella della comunicazione. Il Lazio ha una grande tradizione vitivinicola ma per molti anni non ha raccontato bene il proprio patrimonio. Altro aspetto fondamentale è la necessità di una coesione tra produttori: quando un territorio riesce a fare squadra, come accade in altre grandi regioni vinicole italiane, la percezione del valore cresce molto più velocemente. Infine credo sia importante lavorare molto sull’enoturismo. Il Lazio ha un vantaggio straordinario: storia, cultura e paesaggi unici. Collegare vino, territorio ed esperienza può fare la differenza.
Con un mondo attraversato da guerre e tensioni geopolitiche, il vino rischia di diventare un bene di lusso?
È vero che il contesto internazionale è difficile: inflazione e aumento dei costi incidono anche sul settore vitivinicolo. Alcuni vini nelle fasce più alte rischiano di diventare prodotti di nicchia. Ma il vino non è solo lusso, ma territorio, tradizione agricola e cultura del cibo. In molti casi resta un prodotto accessibile che accompagna la tavola e la socialità. La sfida è trovare un equilibrio tra qualità e accessibilità.
Il settore vinicolo è abbastanza solido o al contrario molto vulnerabile in una crisi globale?
Il vino ha basi molto forti perché è legato alla terra e alla cultura alimentare, ma non è immune alle crisi economiche. Negli ultimi anni lo abbiamo visto con la pandemia, con l’aumento dei costi delle materie prime e con le difficoltà logistiche. Chi investe nella qualità, nella diversificazione dei mercati e nel rapporto diretto con i consumatori riesce però a reagire meglio.
Il vino resta quindi un simbolo culturale o in fondo sta diventando solo un prodotto di mercato?
Credo che resti prima di tutto un simbolo di cultura e convivialità. Quando apriamo una bottiglia non stiamo semplicemente consumando un prodotto: entriamo in contatto con un territorio, con il lavoro delle persone e con una storia.
La “sostenibilità” nel vino è reale oppure ormai è soprattutto marketing?
La sostenibilità è prima di tutto una necessità concreta per chi lavora in vigna: riguarda il suolo, l’acqua, il clima. È vero che talvolta viene utilizzata anche come leva di marketing, ma la differenza la fa la coerenza nel tempo. Non è solo un termine da inserire in etichetta, ma un percorso fatto di scelte agronomiche e investimenti.
Quanto conta oggi il mercato interno rispetto all’export?
Il mercato interno rimane molto importante perché il vino è parte della cultura alimentare italiana. In Italia il consumo è ancora significativo, con circa 37 litri pro capite l’anno. Ma negli ultimi vent’anni l’export è diventato sempre più strategico: il vino italiano supera gli 8 miliardi di euro di esportazioni annue. Il settore vive quindi su entrambi i due pilastri complementari: il mercato interno e quello internazionale.
La grande distribuzione con prezzi molto bassi svaluta il vino?
La grande distribuzione ha avuto un ruolo importante nel rendere il vino accessibile a milioni di consumatori. Tuttavia la logica dei grandi volumi e della competizione di prezzo può portare a una percezione del vino come semplice prodotto da scaffale. Il mercato oggi è però molto segmentato: alcuni vini funzionano bene nella grande distribuzione, altri trovano maggiore valorizzazione in enoteca, nella ristorazione o nella vendita diretta.
“Oggi si beve leggermente meno, ma si beve meglio”


Dal punto di vista della distribuzione, i cambiamenti sono altrettanto evidenti. Secondo Alessio Macoratti, titolare dell’agenzia Team’s Macoratti, il primo dato è chiaro: il consumatore è diventato più attento sia al prezzo sia alla qualità e cerca prodotti che abbiano un senso, una storia e un rapporto qualità-prezzo convincente.
Alessio, tendenze come il biologico o i vini c.d.naturali influenzano ancora il mercato?
I vini naturali hanno avuto molta attenzione negli ultimi anni, ma ultimamente l’interesse sembra essersi un po’ ridimensionato.
Quanto conta raccontare il territorio nella vendita del vino?
E’ sempre fondamentale, però il consumatore è anche stanco delle complicazioni del linguaggio del vino. Non vuole più sentir parlare solo di sentori di viola o di mora: cerca semplicità e chiarezza.
Il Lazio come si colloca nell’odierno panorama del vino?
I vini del Lazio fanno ancora un po’ fatica rispetto ad altre regioni, ma stanno crescendo grazie a nuove realtà che hanno puntato molto sulla qualità.
I prezzi del vino sono aumentati: è colpa dei costi o anche della narrazione della crisi?
Il costo del vino è salito soprattutto per l’aumento delle materie prime. Però c’è anche il tema dei ricarichi molto alti nella ristorazione, che spesso finiscono per rallentare i consumi.
Chi ha davvero il potere nel mercato del vino oggi?
Probabilmente chi lo distribuisce. Ma senza i produttori non potremmo fare nulla.
La distribuzione sempre più concentrata rischia o no di schiacciare i piccoli produttori?
Il mercato del vino è talmente vasto che ci sarà sempre spazio per tutti. Ma i produttori non possono limitarsi a fare un vino buono: ormai devono uscire, viaggiare, mettersi in discussione e confrontarsi ogni giorno con il mercato.
Un settore in trasformazione
Alla fine della fiera, le voci di produzione e distribuzione convergono su alcuni punti chiave: il consumatore è più consapevole, i volumi tendono a diminuire ma cresce l’attenzione alla qualità, mentre la narrazione del territorio rimane centrale.
Il vino resta un pilastro della cultura gastronomica italiana, ma il settore deve seriamente affrontare nuove sfide: cambiamento dei consumi, mercati globali incerti, sostenibilità e un equilibrio sempre più delicato tra valore culturale e logiche di mercato.
In altre parole, il vino continua a essere molto più di una semplice bevanda. Ma per restare tale dovrà imparare a raccontarsi meglio e a dialogare con un pubblico che sta rapidamente mutando.
