Fa caldo. Sempre di più, sempre più a lungo. Le città si trasformano in lastre roventi, l’asfalto supera temperature impensabili fino a pochi anni fa e trovare un tratto d’ombra è diventato quasi un bene di lusso. L’estate 2026, con l’Italia stretta in un’ondata di calore da record e decine di città in massima allerta, non ha fatto che rendere ancora più evidente quanto gli alberi non siano un elemento ornamentale del paesaggio urbano, ma una delle infrastrutture più efficaci contro il cambiamento climatico. Eppure, proprio mentre il loro valore ecologico appare sempre più evidente, il dibattito pubblico si infiamma. Sui social ( p.es. per Roma) si moltiplicano fotografie e video di tronchi abbattuti, ceppaie non fresate e chiome eccessivamente ridotte.
Troppo spesso ormai si tratta di capitozzature drastiche, potature eseguite senza criteri arboricolturali, interventi dettati più dalla paura o dalla comodità che dalla reale necessità e, nei casi più estremi, abbattimenti ed estirpazioni di alberi che avrebbero potuto essere tranquillamente conservati (e che nascondono invece troppo spesso interessi economici): il rapporto con il verde urbano è ancora spesso segnato da una cultura che considera l’albero un elemento da controllare più che un organismo vivente da comprendere. Eppure un albero non è un arredo, né un oggetto che si possa semplicemente ridimensionare a piacimento. È un essere vivente complesso, con una propria architettura, un proprio equilibrio e tempi che non coincidono con quelli delle nostre città.
Perché la cura di un albero non si improvvisa: richiede conoscenza, manutenzione, diagnosi, rispetto della sua biologia. E in un’epoca in cui le città cercano disperatamente ombra, raffrescamento e resilienza climatica, il punto non è soltanto quanti alberi piantare, ma come conservare quelli che abbiamo già, leggendone la forma, intuendone l’equilibrio, capendo dove finisce la loro forza e dove comincia la loro fragilità.
È da questa prospettiva, sospesa metri sopra il suolo, che lavora chi pratica l’arboricoltura tree climbing: non un semplice arrampicarsi sugli alberi, ma una professione che unisce competenza tecnica, esperienza e una particolare forma di rispetto per ciò che si ha davanti. Ogni intervento è diverso, perché diverso è ogni albero: la sua specie, la sua storia, il luogo in cui è cresciuto, il rapporto che ha costruito nel tempo con il paesaggio e con chi lo abita. E oggi, forse più che mai, conoscere questo rapporto significa anche imparare a scegliere quando intervenire, come farlo e, soprattutto, quando è possibile lasciare che sia l’albero a fare il suo mestiere.

E’ qui che entra in gioco una figura ancora poco conosciuta dal grande pubblico: l’arboricoltore tree climber. Un professionista che sale sugli alberi non per dominarli, ma per comprenderli, curarli e, quando possibile, salvarli. Per capire come si lavora lassù, tra rami e vento, a Gemona del Friuli abbiamo incontrato su un campo di lavoro Pietro Maroè, titolare di SuPerAlberi, realtà professionale con sede a Tarcento, nel cuore del Friuli, per capire cosa vede e pensa chi può osservare una città dalla cima di un albero.
Parliamo degli alberi come sentinelle del cambiamento climatico. Se dovessi spiegare come capire se un territorio sta cambiando dalla sola osservazione degli alberi, cosa diresti di guardare?
Direi di guardare le specie che muoiono. Ogni specie ha il suo optimum climatico, pensando alla latitudine e all’altitudine rispetto al livello del mare. Quando gli ambienti si scaldano come sta accadendo ora, le specie tendono a spostarsi seguendo il loro optimum climatico. Noi qui in Friuli lo vediamo ad esempio con i faggi, con le betulle, con gli abeti rossi: quelli che avevamo in pianura stanno morendo, negli ultimi quattro anni abbiamo perso tantissimi faggi molto belli che avevamo nelle ville storiche perché per la loro specie il caldo è ormai eccessivo. Le nuove generazioni di faggi le troviamo ora in quota.
Volevo difatti chiederti qual è il cambiamento più evidente che avete osservato negli ultimi 10/15 anni in Italia.
E’ sicuramente la velocità di raffica del vento come anche il ripetersi dell’evento “straordinario, che ormai straordinario non è più. Vaia se lo ricordano tutti (n.d.r. la tempesta che nel 2018 al Nord abbatté oltre 14 milioni di alberi), ma noi già l’anno precedente avevamo assistito fuori dal nostro ufficio al crollo di una tuia di 30 metri e di un secolo e mezzo di età, a causa di una raffica di vento a 140 km all’ora. Purtroppo non sono più eventi che capitano una volta ogni 100 anni, nel 2022 sembrava che un gigante fosse passato con la falce a spezzarli uno ad uno…Possiamo dire che abbiamo esaurito 200 anni di bonus. Ma anche nel 2023 qui al Nord abbiamo avuto quattro Supercelle temporalesche molto forti che hanno spazzato l’intera pianura padana: sono caduti 5000 alberi solo a Milano, e a Fossalta di Portogruaro abbiamo perso una grande quercia monumentale di 700 anni, La Vecja.
A questo proposito ti chiedo: è tutta colpa di questi eventi meteorologici estremi o è anche il nostro modo di gestire il territorio a renderli più devastanti?
Sicuramente la frequenza e l’intensità sono aumentate, questo è innegabile, ma poi subentra il come abbiamo costruito le nostre città. Che oggi le cose non funzionino è una certezza, lo vediamo con gli allagamenti, con le isole di calore. Le abbiamo pensate in funzione di quello che capitalismo ed interessi economici ci imponevano, bisognava produrre e per produrre servivano infrastrutture. Si è prediletto il trasporto su gomma, e ciò ha significato più asfalto; l’asfalto è scuro, accumula più calore nel momento in cui hai fatto più asfalto per favorire il trasporto su gomma delle merci. Le auto hanno poi bisogno di parcheggi, e così elimini un parco cittadino o un viale alberato…Oggi ci siamo ritrovati con temperature pazzesche nelle città, 40 gradi in Friuli a giugno. Ciò che l’agenda 2030 prevedeva per il 2050 è già arrivato. È la velocità di evoluzione dei fenomeni la cosa più preoccupante, e ci rende incapaci non soltanto di mitigarli, ma anche di adattarcisi. Le soluzioni pensate oggi si rivelano già superate e non riusciamo a stare al passo.
Quale è l’errore più comune che le persone compiono quando spesso attribuiscono in automatico ogni caduta di albero al fattore cambiamento climatico?
Se devo pensare alla prima cosa che sento dire, è il fatto che aveva le radici superficiali. Ora per l’orografia del nostro territorio, tutti gli alberi hanno le radici superficiali. Per rendere bene l’idea userò un’analogia da friulano: gli alberi stanno in piedi come sta in piedi un calice di vino finché trovano acqua in superficie e perché le radici hanno bisogno di ossigeno. Più vanno in profondità e meno ossigeno trovano. Ad un certo punto l’ossigeno non c’è più, di solito non oltre i 2 metri, e quindi gli alberi non hanno alcun interesse a proseguire. Il resto dipende invece dall’altezza della pianta: p.es. le sequoie americane essendo alte 100 mt. hanno necessità di affondare per almeno 6 metri per poter tenersi in piedi, con una proporzione che è più o meno di 20 a 1, cioè 20 mt. di altezza 1 mt. di profondità per le radici. Questo in genere perché poi bisogna valutare la tipologia dei suoli, cioè se terreni sciolti, sabbiosi o ghiaiosi perché lì l’ossigeno arriva più in profondità tant’è che il Pino domestico chiamato erroneamente marittimo, quello di Roma per intenderci, (e qui sfatiamo un mito diffuso) ha uno degli apparati radicali tra i più profondi e possenti del regno vegetale. Il suo habitat naturale è un terreno sabbioso, quindi molto sciolto e ossigenato, ecco perché le sue radici possono permettersi di scendere parecchio in profondità. Quando vediamo che spaccano l’asfalto o il cemento è perché sono semplicemente alla ricerca di aria. Basterebbe portare l’ossigeno direttamente sotto il manto stradale per evitare che le radici risalgano, mediante un’intercapedine appena sotto l’asfalto per il passaggio di ossigeno. Personalmente l’abbiamo fatto a Lignano Sabbiadoro, sul lungomare di Trieste, a Buja, a Butrio… Certo bisogna prima rimuovere l’asfalto intorno l’albero e modificare il terreno per ricreare una composizione più simile a quella che è il loro ambiente naturale, apportando di solito scheletro fine, cioè sassi. Poi si ricopre lasciando un’intercapedine costituita di sola ghiaia grossa per garantire sia la portata della strada sia la circolazione d’aria necessaria attraverso tubi collegati a mo’ di presa d’aria. La viabilità torna come prima, al massimo ci sarà un rialzo del piano stradale di circa 13 cm.
Pietro, mi viene subito in mente la Via del Mare a Roma, che collega la capitale ad Ostia…ma esiste un albero che riesce ad adattarsi meglio di altri alle nuove temperature?
Dipende. Dobbiamo prima chiederci cosa stiamo chiedendo all’albero che vogliamo piantare. Se stiamo chiedendo di ombreggiare, il pino domestico è un’ottima scelta, ma purtroppo fa paura a chi non è in grado di gestirlo. Ma anche i bagolari, i tigli, i platani. Questi ultimi reggono benissimo anche grandi caldi, infatti ce l’hanno anche in Grecia. Ma forse il problema è un altro: bisognerebbe pensare che l’albero che pianto oggi dovrà affrontare domani un clima assai diverso. Per questo noi stiamo sperimentando specie diremmo esotiche, ovviamente non invasive, come gli eucalipti che però temono ancora l’attuale freddo invernale. Quando il termometro smetterà di andare sotto lo zero, l’eucalipto prospererà. Attualmente lo troviamo da Roma in giù, ma tra vent’anni anche il Friuli potrebbe essere un suo ottimo areale.

In un’ottica turistica, in Italia esistono degli alberi e dei boschi che meritano di diventare delle vere e proprie mete di viaggio.
Già. Esistono i boschi vetusti, tra l’altro protetti da una normativa specifica, a cui è seguita nel 2023 la creazione della Rete Nazionale dei Boschi Vetusti, a tutela delle foreste antiche e naturali ad alta biodiversità dove non è mai stata praticata attività umana, cioè estrazione di legno da produzione, per almeno 60 anni. Qualche esempio? Sulle rive del torrente Meduna a Tramonti di Sotto (PN), in Val Tramontina, abbiamo il bosco bandito di Timau dove ci sono faggi piantati secoli fa, quando ancora non avevamo pensato ai paravalanghe. Si dice bosco bandito proprio perché era vietato il loro taglio dal momento che avevano la funzione di barriera di protezione del paese sottostante dalla caduta di massi e frane. Oggi non ce ne sono più tanti come ieri ma quelli rimasti sono davvero dei giganti. Un esempio di bosco vetusto, invece al Centro Italia, è l’Abetina di Rosello in Abruzzo: è stato il primo bosco vetusto d’Italia, un’area naturale protetta di circa 169 ettari in provincia di Chieti e il nucleo di abete bianco meglio conservato dell’Appennino. Se poi scendiamo al Sud, penso subito al celebre bosco monumentale dei Giganti della Sila, in Calabria, un’area di circa 90 ettari trasformata da ex vivaio forestale in un arboreto protetto, una riserva naturale con circa 56/58 pini larici ultracentenari alti fino a 45 metri e gestita dal FAI. Sono tutti boschi pazzeschi.
E’ un input a non andare soltanto alla scoperta di monumenti architettonici, ma anche di quelli naturali …
Io parlerei addirittura di forest bathing come fanno in Austria. Purtroppo in Italia da questo punto di vista siamo ancora indietro rispetto pure a Francia, Inghilterra, Germania. Ma anche in Lettonia hanno un’attenzione pazzesca così come nei Paesi Bassi. Quando sono stato in Lettonia per un convegno a presentare alcuni strumenti innovativi per la cura e la tutela degli apparati radicali, i colleghi di Amsterdam mi raccontavano che loro per piantare ogni albero spendono tra i 10 e i 12.000 euro perché utilizzano impianti altamente ingegnerizzati. Il loro obiettivo non è solo mettere a dimora, (come propaganda una certa nostra politica che ama sparare solo grandi cifre per fare notizia, e fanno piantare quattro cose a caso senza innaffiarle facendole poi morire miseramente). Per loro è un fallimento personale se un albero che piantano vive meno di 100 anni, significa che hanno fatto male il loro lavoro. Ogni albero è un investimento a lunghissima scadenza. Significa quindi assicurarsi che le radici abbiano spazio a sufficienza, minimo 27 m³ cioè un cubo di terra di 3x3x3 ! E noi gli alberi li collochiamo in conchette, se non addirittura in vasi… Tra l’altro hanno pure il problema che sono sotto il livello del mare e il cuneo salino di risalita che avvelena il terreno, eppure hanno sviluppato un sistema che eviti l’entrata in contatto con il terreno. Inoltre portare l’aria alle radici è assolutamente la normalità, così come anche l’acqua piovana che invece noi sprechiamo mandandola in fogna, e non convogliandola come si dovrebbe, in una sorta di sifone che la rilasci in differita. Detto ciò, gli alberi si sono evoluti per milioni di anni senza di noi, si sanno arrangiare benissimo, anche in caso di inondazioni continue, basti pensare alle mangrovie.
Mi dici un albero in Italia che tu consiglieresti di andare a vedere perché un vero monumento naturale, diciamo la cosa più bella che hai visto finora?
L’Ilice di Carrinu (noto anche come Ilice du Pantanu) in Sicilia. E’ un maestoso e antichissimo leccio situato a 937 metri di altezza sulle pendici orientali dell’Etna, nel territorio del comune di Zafferana Etnea (Catania). Si tratta di uno dei monumenti botanici più celebri della Sicilia: ha più di 700 anni, un tronco con una circonferenza di circa 5 metri, un’altezza di 25 metri e una chioma che copre una superficie di circa 650 metri quadrati. Se non sai precisamente dove è situato, non lo trovi, eppure è a soli 2 km. dal più noto Castagno dei 100 cavalli.

E’ possibile prevedere quando un albero rappresenta davvero un rischio oppure la natura mantiene comunque sempre una componente imprevedibile?
La componente di imprevedibilità non la si può escludere. Esiste la gestione del rischio e la ISO 31000 è quella normativa internazionale che concerne proprio la gestione dell’incertezza nell’analisi del rischio. Esistono degli elementi che fanno subito intuire la salute o meno degli alberi, come il mutamento di colore fuori stagione monitorato anche dall’Agenzia Spaziale Europea, con cui noi collaboriamo, tramite un sistema satellitare dedicato. Di solito è causato da problemi a livello radicale. Altri segni un po’ più complicati da riscontrare sono ad esempio quelli a livello corticale. Ma qui la cosa diventa molto tecnica…A livello delle radici, diciamo che i maggiori problemi nascono per mano dei vivaisti: purtroppo nei nostri viali cittadini si mettono a dimora piante fornite di zolle minuscole per le loro necessità. Nonostante ciò, ci meravigliamo che poi muoiano in pochissimo tempo (a parte le mancate innaffiature).
Fra cinquant’anni quale paesaggio arboreo pensi che avremo?
Dipende se devo ragionare su ciò che servirebbe fare o su ciò che possiamo fare. Ora ti dico una cosa, fantastica e provocatoria, sulla prima ipotesi, ma è ciò che forse dovremo fare per garantirci la sopravvivenza: iniziare a costruire città sotterranee. Diventare come il popolo del Signore degli Anelli in modo tale che sopra la natura possa riprendersi da tutti i danni che abbiamo provocato. E non è da escludere che comunque in un medio-lungo periodo questa cosa possa succedere davvero. D’altronde per difendersi dalle alte temperature, dalle alluvioni, dagli uragani, dove ci si potrebbe rifugiare se non sottoterra? Se invece vogliamo andare a vedere quello che possiamo fare, allora cambierà poco o nulla. Sarebbe necessario cambiare le nostre priorità, ma siamo una specie molto pigra nel cambiare le nostre comode abitudini.


Quale potrebbe essere un tipo di lezione obbligatoria che tu consiglieresti fin dalla scuola materna?
L’ecologia, ovviamente. Bisogna però saper offrire ai bambini un nuovo punto di vista costruendo un’alternativa attraente, che è l’aspetto più difficile della questione: mangiare carne tutti i giorni è sbagliato, andare in giro sempre in auto è sbagliato. Io di lezioni nelle scuole ne ho fatte parecchie: i bambini non hanno una capacità cognitiva limitata, semplicemente non hanno la base di competenze e di esperienze di un adulto ma riescono ugualmente a seguirti anche su temi importanti come i cambiamenti climatici.
Per concludere, un messaggio alle persone che ci leggeranno.
Ricordatevi delle radici. Quello che c’è sotto un albero non ce lo ricordiamo mai e, scusa il gioco di parole, è proprio questa la radice del problema. Abbiamo parlato di ossigeno, di problemi derivanti dai vivai, di come dovrebbero essere costruite le strade…quindi alla fine la maggior parte dei problemi è sotto i nostri piedi. E se cominciassimo a dare la giusta importanza a ciò di cui gli alberi hanno bisogno nel sottosuolo, è probabile che anche tutto quello che c’è sopra funzionerebbe meglio.