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Ci sono valli che si attraversano e valli che si ascoltano.
La Valle di Cembra, in Trentino, appartiene alla seconda categoria: un anfiteatro di vigne scolpite nella roccia porfirica, dove ogni filare sembra raccontare una storia di pazienza e vertigine. Qui, tra i muretti a secco che sfidano il tempo e il profumo resinoso dei boschi di conifere, il vino non è solo un prodotto: è un racconto liquido di identità e paesaggio.

Il silenzio che respira

«Nel silenzio dei terrazzamenti, il vino della Valle di Cembra non nasce solo dall’uva, ma dal respiro della pietra e dal coraggio di chi ne custodisce la fatica.»

Chi arriva in Valle di Cembra per la prima volta, resta colpito dal verde e dal silenzio. Non è un silenzio vuoto, ma un respiro diffuso – il fruscio dei boschi, il gorgoglio delle acque dell’Avisio, il ronzio lontano di un trattore che sale tra le vigne. È un silenzio che sembra contenere voci antiche, un ritmo naturale che invita a rallentare. C’è qualcosa di sospeso, quasi irreale, quando la nebbia del mattino si stende tra i terrazzamenti e le case sembrano galleggiare sopra il nulla. È in quei momenti che la valle mostra il suo lato segreto: un paesaggio che sembra abitato da presenze invisibili, custodi di un equilibrio fragile tra uomo e natura.

Una valle di boschi e di leggende

La tradizione popolare racconta di omèti e di salvàns, piccoli spiriti del bosco che proteggevano le sorgenti e aiutavano i contadini nelle notti di luna piena. Oggi quei nomi sopravvivono nei racconti degli anziani e nei soprannomi dei luoghi, ma camminando tra i castagni o lungo i muretti di pietra, resta viva la sensazione che la valle non sia mai del tutto sola.

Il fascino segreto di un paesaggio “abitato”

«C’è un’anima che scorre tra i tornanti e i boschi della Cembra: non la vedi, ma ti osserva; non parla, ma ti insegna il linguaggio paziente della montagna.»

Forse è proprio questa dimensione sospesa, tra realtà e leggenda, che rende la Valle di Cembra così particolare. Il suo silenzio non è assenza, ma presenza. È il linguaggio sommesso di una terra che non ha bisogno di parole per raccontarsi. E chi la visita con attenzione, chi sa ascoltare davvero, finisce sempre per sentire qualcosa, anche se non saprebbe dire cosa. Forse il passo leggero di un folletto tra le felci, o semplicemente il suono antico del tempo che scorre piano.

Da un intreccio di natura e lavoro nasce un enoturismo autentico, fatto di passi lenti tra le terrazze, di cantine che si aprono come scrigni e di calici che sanno di pietra e di cielo. Visitare la Valle di Cembra significa incontrare un modo antico di fare vino e un modo nuovo di vivere la montagna.

Un’economia costruita metro per metro

Qui in Valle la viticoltura non è mai stata semplice. Le pendenze, che arrivano anche oltre il 40%, impediscono quasi ovunque la meccanizzazione. Ogni pianta viene curata a mano, ogni vendemmia è una piccola impresa collettiva: si parla di un monte ore di lavoro per ettaro/anno più che triplicato rispetto alle zone meccanizzate. Ma più che “eroica”, questa viticoltura è economicamente ostinata: un modello che si regge su una gestione accurata dei costi, su cooperative solide e su una rete di produttori che hanno imparato a condividere strumenti e strategie.

Oggi la Valle di Cembra conta circa 800 ettari vitati, distribuiti tra i 300 e i 900 metri di altitudine con una produzione che unisce piccole aziende familiari e cooperative. Il Müller Thurgau resta il vitigno simbolo, ma è decisamente cresciuta la richiesta per gli altri bianchi di altitudine (Chardonnay, Riesling, Pinot bianco e grigio) e per gli spumanti metodo classico.

I suoi 708 km. lineari di muretti a secco, Patrimonio immateriale Unesco, non sono solo un simbolo paesaggistico: rappresentano anche un investimento continuo in manutenzione, lavoro e tempo. In questo contesto, il valore di una bottiglia non riflette solo la qualità del vino, ma la complessità di un sistema produttivo che deve continuamente bilanciare tradizione e sostenibilità. E dopo il riconoscimento ottenuto dalle Limonaie e dal sistema agricolo terrazzato ad Amalfi, anche per la Valle di Cembra è in itinere la designazione GIAHS (Globally Important Agricultural Heritage Systems). Si tratta di un’iniziativa della FAO che individua sistemi agricoli di importanza mondiale per la loro combinazione di biodiversità, conoscenze tradizionali e pratiche sostenibili. I siti GIAHS devono soddisfare cinque criteri: sicurezza alimentare, agrobiodiversità, conoscenza locale/tradizionale, cultura/sistemi sociali e paesaggi rurali unici. La Valle è inoltre iscritta nel Registro Nazionale dei Paesaggi rurali Storici d’Italia attualmente con 28 paesaggi rurali di cui 9 vinicoli.

Enoturismo come risorsa e come rete

Negli ultimi anni, l’enoturismo ha dato alla valle una prospettiva nuova, in un’economia di montagna che vive di equilibri sottili. Le cantine si sono aperte ai tour guidati, alle esperienze immersive tra i vigneti e ai percorsi gastronomici in collaborazione con agriturismi e produttori locali.

Il turismo enologico qui non è un evento straordinario, ma una parte del modello di sostenibilità: permette di integrare il reddito agricolo, dare continuità alle aziende familiari e mantenere viva la filiera locale. Ogni degustazione, ogni passeggiata tra i filari è anche un atto economico di supporto al territorio.

la bottaia di Villa Corniole, a Giovo

Sfide e prospettive

La vera sfida, oggi, non è tanto vendere il vino, quanto difendere la possibilità di produrlo in condizioni sostenibili. I costi di gestione e i cambiamenti climatici impongono scelte innovative: razionalizzazione dei vigneti, riduzione dell’impatto ambientale e nuove forme di collaborazione tra produttori.

Proprio in questa dimensione collettiva la Valle di Cembra sta trovando una forza nuova. I consorzi, le cooperative e i progetti condivisi con enti turistici e istituzioni locali stanno trasformando l’enoturismo in un volano economico che rafforza la viticoltura e ne garantisce la continuità. Qui l’eroismo non è nelle pendenze o nelle immagini da cartolina, ma nella capacità di rendere sostenibile un’economia verticale, in cui ogni bottiglia è il risultato di un equilibrio tra territorio, comunità e mercato.

Una valle che si racconta nel calice

Chi arriva in Valle di Cembra rimane quindi colpito dal silenzio dei versanti e dal disegno geometrico delle terrazze. Ma dietro quel paesaggio c’è una storia economica viva, fatta di investimenti, rischi e decisioni condivise.
Il vino, qui, non è un mito: è un linguaggio. Racconta il lavoro, l’adattamento e la scelta di restare. E forse è proprio questo il segreto della Valle di Cembra: riuscire a trasformare la difficoltà in valore, e il valore in un’esperienza da condividere, un calice alla volta.

L’enoturismo in Valle di Cembra passa anche attraverso la rete della Strada del Vino e dei Sapori del Trentino, che ha saputo trasformare l’accoglienza in un modello economico integrato. Le degustazioni, gli eventi tematici e le collaborazioni con ristoratori e rifugi hanno dato una seconda vita alla viticoltura di montagna, rendendola una destinazione di valore per chi cerca autenticità e consapevolezza.

DoloViniMiti

E si è appena concluso Dolo-Vini-Miti, il Festival dei Vini Verticali, organizzato dall’Associazione Turistica Val di Cembra con il supporto dell’APT Fiemme Cembra.

Siamo davvero felici dell’adesione registrata – spiega Vera Rossi, presidente dell’Associazione Turistica Valle di Cembra. – “Noi non puntiamo ai grandi numeri, nel rispetto della nostra tradizione di turismo lento e di paesaggio rurale, ma ad un turismo di qualità, che possa attirare tra i nostri vigneti un pubblico che si innamora dei nostri terrazzamenti e dei nostri prodotti e che voglia poi tornare a trovarci e ci sembra, anche in questa occasione, di aver raggiunto l’obiettivo”.

Tra masterclass interattive ed originali serate di musica, luci e performances teatrali, si è tenuto un interessante convegno su “I Valori della viticoltura eroica: dove la vite sfida la montagna”, moderato dal sommelier/presentatore radiotelevisivo Andrea Amadei, con la partecipazione di produttori di territori c.d. eroici: Nicolas Bovard (Cave Mont Blanc) dalla Valle d’Aosta, Isabella Pelizzatti Perego (Arpepe) dalla Valtellina, Giacomo Forlini Cappellini (Az. Cappellini) dalle Cinque Terre, Hannes Baumgartner (Tenuta Strasserhof) dall’Alto Adige, Nicola Zanotelli (Soc. agricola Zanotelli) in rappresentanza della Val di Cembra, oltre a Walter Webber, delegato CERVIM regione Trentino-Alto Adige.

Convegno

Il futuro della Val di Cembra sembra dipendere oggi da un certo riconoscimento del territorio, dove p.es. si produce un Metodo Classico che ben si differenzia dagli altri Trento Doc e dove si sta riscoprendo il vitigno Schiava: per tutto questo è all’opera un tavolo di confronto fra i 20 produttori della Valle, che rivendicano la possibilità di inserire in etichetta la loro sottozona. Il CERVIM (Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana) è un marchio collettivo e spero vivamente che riesca ad organizzare con cadenza annuale  incontri fra viticoltori come questo svoltosi a Cembra, essendo l’unico organismo in grado di tutelare, valorizzare e far dialogare fra loro questi territori estremi.

Tutti i viticoltori dei cinque territori “estremi” ospiti al convegno del Festival

Avvincente – e un po’ faticoso per i non valligiani a causa delle irte pendenze del 40% – è stato il Wine Trekking Gourmet, un percorso esperienziale tra i vigneti. Organizzato su 5 km con 4 tappe fra il Maso Val Fraja, Maso Beslieri di Pojer e Sandri, il bait di famiglia Serafini di Tenuta Novei e Cantina Pelz, ad ogni pitstop è stata proposta una creazione culinaria insieme ad un servizio di sommellerie: il gaspaccio all’uva fragola con trota agli agrumi, cipollotto e sedano candito (ristorante El Rais), la biavetta Felicetti alla riduzione di lepre, grana trentino ed erbe e fiori selvatici (chef stellato Alessandro Gilmozzi – ristorante El Molin), costine di maiale in salsa e  purea di sedano rapa + gelato al Lagrein (In Treska ristorante in quota) e fregolotti, ricotta e mosto d’uva (pasticceria Dolce Fiemme di Filippo Pasetto).

Il Festival si è poi concluso il giorno dopo con un trekking nei boschi del Passo di Lavazè, in Val di Fiemme, dove sono ancora visibili i segni lasciati dalla tempesta Vaia del 2018, e con sosta gastronomica presso la Malga Varena.

E alla fine si torna a casa con la sensazione che proprio in questi luoghi sia custodito il passo lento delle stagioni, dove sembra risuonare ancora la voce antica di chi li ha amati prima di noi.