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Con i periodi di siccità destinati a diventare sempre più lunghi ed intensi, e dopo che lo scorso anno si sono verificati danni all’agricoltura per circa 9 miliardi di euro, sembrerebbe ormai urgente realizzare un serio Piano nazionale sugli invasi per garantire acqua ad imprese e cittadini.

Secondo un ultimo studio apparso sulla rivista Science, i periodi di assenza di precipitazioni sono diventati sempre più frequenti in quasi tutti i continenti e hanno reso il 2024 l’anno più caldo di sempre. In Italia i dati sulle temperature (Isac Cnr) hanno registrato 1,35 gradi in più rispetto alla media storica e punte di 1,44 al Centro e al Sud: il risultato è stato un importante calo per alcune colture simbolo della dieta mediterranea, dal grano (-20%) all’olio d’oliva (-32%).

Oltre al recupero e alla manutenzione degli invasi già esistenti sul territorio, si sta pensando ad invasi dotati di sistemi di pompaggio in grado sia di assicurare l’approvvigionamento idrico durante i periodi di siccità, sia di ridurre gli effetti devastanti degli episodi di piogge intense. Attraverso la creazione di una rete di bacini di accumulo, meglio se costruiti con pietre locali e terra di scavo, l’acqua piovana può infatti essere stoccata e resa così maggiormente disponibile per usi civili, agricoli e per la produzione di energia idroelettrica pulita.

Per i grandi sbarramenti , il Ministero delle Infrastrutture ha emanato lo scorso anno un decreto (il n. 94 del 14 maggio 2024) per regolamentare la disciplina del procedimento di approvazione dei progetti e del controllo sulla costruzione e l’esercizio degli sbarramenti di ritenuta (dighe e traverse). Ma il giusto approccio doveva e deve essere di tipo preventivo e non terapeutico.

Secondo il Centro italiano per la riqualificazione fluviale, la grave siccità in corso va affrontata guardando alle cause e non ai sintomi: realizzare ulteriori bacini artificiali senza agire sullo sperpero idrico del modello agricolo intensivo è una strategia senza futuro, che va in senso contrario alle strategie europee di tutela e ripristino della biodiversità.  Il settore agricolo è difatti il maggiore consumatore di acqua, responsabile del 57% del totale dei prelievi idrici, ma solo il 4,6% dei terreni agricoli utilizza acque reflue depurate per l’irrigazione, pratica che invece contribuirebbe alla sostenibilità ambientale e alla conservazione delle risorse idriche.

La strategia europea sulla biodiversità per il 2030 è un piano ambizioso e a lungo termine per proteggere la natura e invertire il degrado degli ecosistemi, contenuto all’interno del Green Deal europeo e comprendente anche le acque. Entro 13 mesi dall’entrata in vigore, la direttiva (di cui non è stato ad oggi ancora approvato il testo finale) dovrà essere recepita dagli Stati membri nei rispettivi ordinamenti nazionali per poi far partire l’adeguamento delle reti di collettamento e depurazione. Cosa che in Italia richiederà un impegno sovrumano, visto che in materia di acque reflue scontiamo ben quattro (carissime!) procedure d’infrazione con oltre 900 centri urbani ancora lontani dall’essere allineati agli standard europei su raccolta e trattamento, soprattutto in Campania, Sicilia e Calabria . E intanto la Corte di Giustizia europea ci sta preparando nuove sanzioni.